Innamorarsi ai tempi di My space

“Credete nel destino? Poiché perfino i poteri del tempo possono essere alterati per un unico scopo”

Questa è una delle battute recitate da Gary Oldman nel suo ‘Dracula’ di Coppola e nella mia vita, hanno avuto un effetto sibillino.

Ci sono storie che attraversano i decenni e non ce ne accorgiamo fino a quando le situazioni non ci travolgono in grandi giri di valzer, fatti di gonne ampie, seta e graziosi fiocchetti variopinti applicate a voluminose trecce di capelli.

Bè, io non sono mai stata pronta ai giri di valzer, ho sempre optato per connubi decisamente meno romantici: zattera e mare in tempesta, capanne di legno e draghi sputafuoco.

Questa mia storia dunque, comincia proprio così, con un’avventura virtuale nel lontano 2006 nella Prima Era dei social network, con My Space e la sua comunità di persone pronte a interagire mostrando i loro interessi.

Era tutto così avvincente!

Le persone si mostravano in tutto il loro colore, nella loro spavalderia, erano disponibili a condividere interessi ed esperienze. Adoravo connettermi, trovavo speciale perfino il suono del modem che mi pareva una sorta di Stargate di prima generazione.

Fu facile abituarsi a tutto ciò, alla reattività dei messaggi e alle continue novità.

Altrettanto semplice fu stancarsi. Nel tempo i contenuti rimanevano i medesimi e le persone per apparire sempre interessanti, mentivano.

Mi allontanai in fretta da tutto ciò, non nutrivo più interesse per la piattaforma e nemmeno per le persone. Viaggiavo su un’onda di apatia che trasformava ogni immagine in fitta nebbia.

Spensi per giorni il pc, tornai a concentrarmi sui miei studi, sullo sport.

Tornai ad annegare in una realtà che mi apparteneva completamente.

Leggevo fiumi di fantasy e poi un giorno per caso, mi riaffacciai al pc.

Volevo un po’ di musica e dato che non trovavo ciò che mi interessava, tornai su myspace.

Non impiegai molto ad imbattermi in lui, Lele.

La sua pagina era nera, quasi lugubre e la traccia musicale in costante riproduzione mi avvolgeva in un torpore liquido.

Travolta e disarcionata da ogni mia blanda convinzione sulle infatuazioni virtuali, rimasi a bocca aperta per interi minuti.

Dovevo conoscere l’autore di quei contenuti, la sua foto mostrava un figo pazzesco alla consolle in una discoteca.

“Ovviamente” mi dissi all’epoca “non potrebbe essere altrimenti”, continuavo a ribadirmi.

Non ci furono banali scambi di messaggi, partimmo come un fiume in piena in un’impennata di fuochi d’artificio e sgommate furiose da far impallidire qualunque biker estremo.

In pochi minuti le nostre dita ballavano sulla tastiera con la stessa leggiadria di una coppia avvinghiata in una salsa passionale, sulle spiagge di Punta Cana.

Eravamo avidi di parole, volevamo ogni centimetro di emozione l’uno dell’altro e non ci bastavamo.

Volevamo cibarci di ogni rispettiva esperienza passata e presente, gelosi del tempo trascorso con altre persone, perché eravamo maledettamente distanti.

Genova-Piacenza ci sembrava un abisso. Nonostante gli sforzi di entrambi, non riuscivamo a far coincidere lavoro, studio e serate in consolle.

Ero frustrata oltre ogni dire e non mi rassegnavo. C’erano telefonate infinite e costanti ogni giorno ad orari impossibili.

C’erano litigate furiose e amore fanciullesco.

Si, c’era l’amore, dirompente e straripante. Ci affannava il respiro non poterci toccare o vedere ma tenevamo duro.

Ci addormentavamo al telefono ascoltando i reciproci respiri, avevamo fame di baci, di momenti condivisi, di tempo insieme.

Fu un anno di passione e amore a distanza.

Un anno di fedeltà e dedizione totale, dodici mesi di battiti a metà, vissuti con il telefono in mano, agganciati al pc a parlare di musica e progetti.

Favoleggiavamo con una disinvoltura che ad oggi, ancora ci appartiene.

E venne il giorno.

Quel giorno bastardo che gli innamorati non vorrebbero mai vivere ma ahimè, la realtà ti fa fare docce gelide di verità dure, nude e crude.

La fine di certi percorsi mano nella mano, viene scritta ancor prima della consapevolezza degli attori principali e quella sensazione di “andrà tutto bene”, sparisce miseramente.

In un anno non eravamo riusciti a vederci nemmeno una volta.

Cercavamo di bastarci con i mezzi di cui disponevamo ma sapevamo che non era sufficiente.

Con il senno di poi, avremmo potuto trovare soluzioni alternative ma nulla in quel momento ci favoriva.

Quasi di comune accordo, diradammo le telefonate.

Mi sentivo svuotata non solo dalla sua mancanza, ma dall’assenza del nostro amore che, nei mesi precedenti, mi pareva profumasse ogni luogo in cui mi recavo.

Attraversai mesi di incertezza. Continuavo ad avere abitudini che mi riportavano costantemente a lui e alla privazione della sua presenza.

Le amiche mi dicevano che ero matta ad essere innamorata di uno che non avevo mai incontrato.

Si bè, c’erano cose peggiori dal mio punto di vista, così mi chiusi in casa tra mille libri e un vittimismo di cemento.

Desideravo sentire la sua voce e ricevere le sue attenzioni, tutto di lui mancava, ma ormai la nostra storia era esplosa in una bolla di sapone e mi dovevo abituare all’idea.

Impiegai un tempo che mi sembrò infinito ad accantonare la speranza di ritrovarlo, anche per caso e solo per qualche istante.

Mi risollevai certo, ma dopo quell’esperienza niente fu più lo stesso.

Non mi è mai piaciuta la rassegnazione. Nella mia personale visone delle cose, la identifico come una piccola “me” contrita, seduta in un angolo con le braccia conserte a sbuffare costantemente.

Sono conscia che da alcune fallimentari esperienze si possa imparare molto su di sé e sui propri limiti, però mettersi il cosiddetto “cuore in pace” mi ha sempre lasciato un amaro in bocca che raramente sono stata disposta ad addolcire con un tic tac.

Trascorsero diversi anni da quel momento, tuttavia ogni qualvolta mi capitava di percorrere l’autostrada direzione Genova, sentivo in fondo, proprio in fondo alla pancia, uno strano aggrovigliarsi di emozioni.

Come quando sei sulle montagne russe e il vuoto d’aria sembra strapparti lo stomaco.

Nostalgia? Desiderio? Amarezza? Amore? Non saprei.

L’unica cosa di cui ero certa, era la categorizzazione con cui indicizzavo quelle sensazioni. Nella mia mente le appuntavo nel cassettino dei “ricordi vecchi ma non perduti”, perché credevo fosse doveroso dare un significato al cuore in gola che finivo sempre col sentire e all’amore che avevo provato per lui.

Le relazioni che entrambi avevamo avuto con altre persone, negli anni di lontananza, non avevano cancellato ciò che c’era stato tra noi.

Si perché come dicevo all’inizio della storia, il destino ama trastullarsi con i sogni di noi folli speranzosi innamorati.

Questo ci è stato chiaro appena ci incontrammo realmente, la nostra prima volta occhi negli occhi, pelle a pelle.

Quasi dieci anni di lontananza, cancellati ad un pranzo di Ferragosto.

È stato come essere catapultati nel libro de “La storia infinita”, e vivere l’esperienza desiderata e bramata per giorni e notti dall’aspetto sempre uguale.

La sensazione di abbracciare qualcuno di cui già conosci il calore, il peso delle braccia sulle spalle, il respiro a cui senti di appartenere.

Era tutto nuovo ma già provato, sentito e vissuto. Era una spirale di Fibonacci ripetuta in eterno, la sua voce già radicata nella memoria con parole perfette e delicate, fulminee e taglienti pronte a centrare un bersaglio in carne e ossa.

Non avevo smesso nemmeno per un istante di amarlo come il primo giorno, spesso per paura di soffrire ancora lo negavo a me stessa.

Felice, terrorizzata e ammantata da speranze così grandi in questo nostro nuovo modo di viverci, da covare un panico sordo al solo pronunciare ad alta voce i miei desideri.

Ricominciammo la nostra danza appassionata fatta questa volta, da viaggi e tournée con il suo gruppo musicale.

Riprovai la travolgente emozione della pura vita.

Respiravo grandi boccate di libertà, mi sentivo una rondine in balìa della primavera più bella mai vissuta.

Pochi mesi con lui e goduti a mille con i condor nello stomaco (altro che farfalle!), le canzoni e le sere d’estate, le corse in giro per l’Italia e all’estero, fino a quando in una notte fredda di inizio primavera arrivò quella sua sfacciata e straordinaria affermazione.

“Io lo farei un figlio con te”.

Ebbi quasi un attacco di labirintite tanto mi ribaltarono quelle parole.

Distesi a letto e nel buio più completo, sapevo che non mi stava prendendo in giro, qualcosa dentro di lui era cambiato e non me ne ero apparentemente accorta.

Sudavo un po’, mi venne il singhiozzo e biascicai qualche parola senza senso compiuto.

Ebbi la conferma di aver accanto l’uomo dei miei sogni, che mi guidava verso una conversazione lungimirante, mostrandomi il suo amore e la sua fiducia.

Tutto cambiò da quella notte e la parola “famiglia”, divenne solida nella nostra quotidianità.

Abbiamo cambiato prospettiva pur rimanendo spiriti ribelli, ingordi di avventura.

Gli orizzonti si sono fatti più luminosi e abbiamo orientato i nostri sensi verso una direzione inaspettata e ardua, destreggiandoci tra le difficoltà di un nuovo ruolo che abbiamo scelto con cognizione, quello di genitori.



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