Allattamento: come l'ho affrontato

Ho impiegato due giorni a riordinare le idee, a rileggere il diario che ho tenuto dal momento della nascita di Nefertiti fino ad oggi.

Mi è servito tempo e coraggio, perché l’allattamento è un percorso interiore oltre che un atto fisico.

Raccontare della mia esperienza di allattamento non è semplice.

Emotivamente non lo è. Perché? A mio parere, non vi è nulla nell’esperienza fisica di una donna, comparabile con lo scombussolamento psicologico e fisico provocato da tutto ciò che avviene dopo il parto.

Non è mia intenzione sminuire eventi come la gravidanza e il parto, anzi.

Sono momenti differenti che richiedono argomentazioni a parte.

L’atto di dare la vita, permette alla donna di sondare emozioni che vanno spesso al di là della comprensione del mondo maschile (cari uomini non prendetevela), vi è molto nel corpo femminile che ha del meraviglioso e stupefacente e chi sminuisce ciò, pecca di ignoranza.

Dopo aver dato alla luce la mia bambina è iniziato il mio viaggio straordinario attraverso le burrascose notti insonni, fatte di richiami delicati con schiocchi di lingua, a volte pianti da far tremare le finestre, altre volte la precedevo: percepivo il desiderio di Nefertiti di ricevere contatto fisico e coccole.

Era un bisogno reciproco, mia figlia abitava fuori dal mio grembo ma il legame fisico che ancora sentivo, mi permetteva a volte di anticipare i suoi bisogni.


AVVOLTA DA TRAVOLGENTE EUFORIA

Attaccarla al seno è stata una magia. È nata consapevole del suo appetito ma ha atteso quasi tre ore prima di cercarmi per nutrirsi.

Per tutte quelle ore mi ha guardata senza distogliere gli occhi, creando nel mio cuore già innamorato perdutamente, voragini di stupore, meraviglia e gioia.

Non ero ancora consapevole della mia stanchezza fisica, non mi importava nulla di ciò che nella mia vita c’era stato prima (a parte Lele mio prezioso compagno), quella notte e la sua nascita avevano ribaltato il mio essere, il mio modo di guardare oltre l’ordinario.

Era doloroso allattarla senza para-capezzoli, così me ne sono servita per tutti i sedici mesi in cui questo nostro dare e ricevere ci ha legate indissolubilmente.

Non è stato semplice concedersi totalmente scegliendo un allattamento a richiesta, non avevo idea di cosa implicasse e mi ci volle un po’ per capire che dovevo tralasciare alcune mie abitudini, dedicandomi ai segnali che Nefertiti mi mandava. Ci stavamo conoscendo reciprocamente e ciò richiedeva tempo che al giorno d’oggi non sempre è concesso, soprattutto alle donne che lavorano e che devono rientrare alla cosiddetta “normalità” prevista dai contratti, dopo i tre mesi.

Ho dedicato a Nefertiti tutta me stessa non risparmiandomi mai, ho trascorso giorni e notti senza dormire per nemmeno due ore consecutive, fino a quando il mio corpo ha ceduto.


IN PAROLE POVERE? SONO CROLLATA.

Ero stanca.

Ero distrutta.

Il mio seno aveva diminuito la produzione di latte.

Sbam!

Quando la pediatra, molto candidamente, mi disse che la Nefe non cresceva e io non avevo molto latte, mi chiusi in un mutismo fatto di tristezza e incapacità di comprensione.

Nella mia mente si creò un circolo vizioso fatto di due pensieri costanti:

“come cazzo è possibile!?” e “ho fallito”.

Il medico propose subito il latte artificiale per permettere alla bimba di riprendere la crescita, a me invece, un semplice “vai in pace e goditi le tue paranoie”.

Nel corso della mia vita ho affrontato tante crisi personali, ho preso capocciate belle forti, ho desistito su alcuni fronti, mi sono messa il cuore in pace per sciocchezze e fatto spallucce in altre situazioni.

Ho elaborato, sono passata oltre, sono scresciuta e maturata.

Questa volta era diverso. Non mi volevo arrendere a qualcosa che in quel preciso istante difficile che stavo vivendo, sapevo di potervi porre rimedio.

Non disdegnavo il latte artificiale, lo trovavo utile e un modo per superare l’altra faccia della medaglia dell’allattamento: il cedimento fisico e la conseguente crisi emotiva.

Quel periodo fu terribilmente duro.

Cedevo al nervosismo e litigavo con Lele ferocemente e lui da creatura meravigliosa quale è, mi supportava e sopportava.

Dormivo di più ma male. (il latte artificiale fa miracoli per il sonno dei neonati)

Mangiavo svogliatamente.

La mia testa pareva Napoli la sera di Capodanno.

Mi sentivo ferita, in trappola e senza un piano b.

La verità è che il mio coraggio, il mio ego e la mia voglia di allattare non si davano per vinti.

Volevo una soluzione ma non sapevo dove trovarla così chiamai Claudio, il mio ginecologo, che mi suggerì una pediatra specializzata in allattamento con cui aveva lavorato per anni e che aveva feedback magnifici.


LA SPECIALISTA IN ALLATTAMENTO

Fissai l’appuntamento e mentre percorrevo le incasinate strade di Genova per raggiungere lo studio, ero carica come una molla. Avevo delle belle sensazioni, ero positiva. Mi stupivo di me stessa, ero un continuo Sali-scendi di “sono una mezzasega” e “posso e voglio farcela!”.

Il mio stato d’animo era una burrasca continua, alta e bassa marea fisica ed emotiva.

Tutto quello che stavo vivendo e provando era un’incognita, perché non riuscivo ad elaborare razionalmente gli eventi. Gli istanti volavano, mi sentivo come zoppa in una folle corsa verso un obiettivo lontano e volubile. Non avevo il controllo e anche le azioni più banali mi scivolavano dalle dita.

Dentro di me ero conscia di non essere depressa, magari la ero ad occhio clinico, mi sentivo per lo più incazzata da tutta la situazione, non mi sentivo supportata dalla pediatra precedente e avevo la sensazione di essere stata liquidata in modo sbrigativo.

L’appuntamento con la nuova pediatra e quelli che si susseguirono nel corso dei mesi, andarono benone.

Creammo una strategia da seguire per una mia buona ripresa fisica per allattare di nuovo e per far crescere Nefertiti.

Mi affidai anche ad una amica nutrizionista e dietologa, volevo dare al mio corpo l’alimentazione più idonea in quel momento difficile.

È stata dura non lo nego. Ho allenato la mia pazienza e la Nefe mi ha aiutata, preferendo sempre il seno al biberon.

Ci volle un mese affinché la produzione di latte ricominciasse come in precedenza.

Ero felice non solo per mia figlia, visibilmente appagata ma egoisticamente, anche per me.

Avevo superato tanti limiti fisici e mentali, il mio impegno e la mia dedizione mi gratificavano enormemente.


COME SCALARE L’EVEREST IN INFRADITO

Durante questo percorso non le ho mai negato il latte artificiale quando ce n’è stato bisogno.

Non sono mai stata contro questo tipo di alimentazione, volevo semplicemente allattare mia figlia e lei per tutta risposta, agognava il contatto materno del seno. Sentivo nel mio cuore quale fosse la direzione da prendere, ancor prima che le idee si formassero nella mia mente.

Avrei provato ogni suggerimento e consiglio medico per riproporle il mio latte come prima.

Volevo provare ancora quella scarica di gioia indicibile che avevo sentito sin dalla prima volta in ospedale, quando la attaccai, quando sentii il mio corpo mutare ancora per lei, per darle nutrimento al di fuori del grembo.

Questo non mi rende più mamma di chi preferisce, o deve, proporre al proprio bimbo il biberon con latte artificiale.

Ogni donna è consapevole del proprio corpo, delle sue scelte, ed è libera di dedicarsi alla vita che ha creato nel modo che più ritiene opportuno.

La maternità non è di poche parole e non si può ridurre a: gravidanza, “spingi che vedo la testa” e allattamento.

La maternità urla a gran voce il poema delle dinamiche femminili, personali, sociali e genitoriali, che vanno al di là della comprensione di tanti, per essere ascoltati solo da chi davvero ha la capacità di comprendere meccanismi meravigliosi ed intricati.

Sono stati sedici mesi impetuosi, la durata del mio percorso di allattamento, colmi di scalate e occhiaie da guinness.

È stata formazione, cambiamento e conoscenza del carattere e delle abitudini di Nefertiti.

Ho subìto un’evoluzione interiore che mai avrei pensato di raggiungere.

Mia figlia mi ha insegnato ad ascoltarmi con ogni fibra del mio essere.





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